5 domande a… Iacopo Melio

Iacopo Melio, giornalista e attivista, nel 2015 ha fondato la Onlus #vorreiprendereiltreno. Oggi è Consigliere regionale della Toscana con delega ai “diritti e pari opportunità”.

Iacopo, la prima domanda è semplice, ma sentita: come stai? Hai conosciuto da vicino l’esperienza del Covid-19, con 45 giorni di ricovero in ospedale. In che modo ti ha segnato? Che cosa può imparare ognuno di noi da questo periodo storico? 

Aver contratto il Covid dopo un anno di isolamento assoluto ha dimostrato come questo virus sia subdolo e quanta attenzione occorra, ancora, per gestire il contagio. Adesso sto meglio, nonostante l’estremo rischio vissuto, ma dovrò fare i conti con i postumi e con problemi sorti in seguito al Covid per ancora molto. Anche di questo dobbiamo parlare, di ciò che il virus lascia, perché inevitabilmente ti cambia”.

Nel 2014 sei partito da un desiderio legittimo (“vorrei prendere il treno”) e nel giro di pochi anni sei stato nominato “Cavaliere dell’Ordine al Merito” dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dall’anno scorso sei stato eletto Consigliere regionale per la Toscana. Come è cambiato il modo di vedere la disabilità attorno a te, nel frattempo?

Sicuramente c’è un approccio culturale più aperto e inclusivo. Le risorse, diciamolo, sono rimaste più o meno le stesse, ma le persone iniziano a capire che la disabilità è soprattutto una questione sociale: se dessimo a tutti i giusti strumenti per poter fare ciò che fanno gli altri, questa scomparirebbe. Inizia ad esserci in questo senso una maggior presa di coscienza e di responsabilità collettiva, e non è poco.

Come attivista hai iniziato dedicando molte energie ai diritti delle persone con disabilità, ma progressivamente hai allargato lo sguardo alle “battaglie” per i diritti di tutti. Come vivi il rapporto con le persone, sempre più numerose, che ti seguono sui social? Quanto è difficile gestire ogni giorno un dialogo su temi anche molto controversi?

In realtà è il contrario, il tema disabilità è sempre stata un aspetto a margine che le persone hanno però enfatizzato su di me, perché è più comodo e accettabile il binomio “disabile = disabilità” nel quale confinare una persona, vuoi per compassione, vuoi per censura, vuoi per semplice cultura e abitudine. In realtà io nell’attivismo per le persone con disabilità mi ci sono ritrovato per caso, appunto lanciando la campagna “Vorreiprendereiltreno”, avendo sempre parlato di tutt’altro come attivista e giornalista (come è giusto che sia, dato che rifiuto con tutto me stesso le etichette e gli stereotipi). Gestire i miei canali è diventato difficilissimo, ma continuo a farlo da solo, a costo di non poter rispondere a tutti, perché ritengo fondamentale non porre filtri e mantenere un contatto diretto con chi mi legge ogni giorno, sia in senso positivo che negativo. Questo comporta un gran dispendio di tempo ed energie ma è anche la gratificazione maggiore del mio lavoro: comunico per smuovere qualcosa e provare ad attivare piccolissimi cambiamenti nella testa delle persone, perciò creare una “rete” sempre più larga e attiva, e percepirne i feedback e gli stimoli, è fondamentale per me e mi aiuta a crescere e mettermi in discussione”.

Chi ti segue sa che, da anni, insisti sul fatto che “le parole sono importanti” e provi a educare quotidianamente le persone che ti seguono sull’uso corretto dei termini legati alla disabilità e a tutto ciò che la riguarda. Qual è la parola, o il modo di dire, che ancora non siamo stati in grado di superare o che ti infastidisce particolarmente?

Tutte quelle che riguardano le definizioni delle “persone con disabilità”, che troppo spesso vengono chiamate: diversamente abili, handicappati, affette da disabilità, costrette in carrozzina, portatrici di handicap, diversabili… e altre amenità che rimandano a una visione pietistica, compassionevole, medicalizzata, sofferente e politicamente corretta della disabilità. E se non sappiamo “definire” chi abbiamo davanti, capendo che quella è prima di tutto una “persona” e non una cartella clinica, non possiamo sperare nemmeno di poterle essere di aiuto perché significa che non e abbiamo capito l’essenza”.

Da sempre in Paideia crediamo nell’importanza dei momenti di vacanza e socializzazione per i bambini con disabilità e le loro famiglie come occasioni di normalità e benessere. Come si coniuga questo approccio con la tua esperienza? Quanto, dal tuo osservatorio, tempo libero e vacanza sono opportunità accessibili per i bambini con disabilità e le loro famiglie?

Le vacanze sono sempre un tasto dolente, per quanto siano un diritto fondamentale: non abbiamo strutture e servizi abbastanza adeguati, perché non abbiamo rispetto all’estero una cultura di turismo che sia accessibile davvero. Per noi è sufficiente una rampa in spiaggia, che magari nemmeno arriva fino ad immergersi nel mare, per pensare che uno stabilimento balneare sia a portata di disabili quando in realtà non è così. Per quanto riguarda i bimbi, un classico sono i parchi giochi: le tanto di moda altalene a cestello, per carrozzine, ad esempio, sono quanto di più culturalmente sbagliato ci possa essere, perché isola il bambino anziché farlo giocare insieme ad altri come accade in alcune giostre o strutture di tipo diverso. Anche su questo dobbiamo lavorare molto”.