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Un gruppo per condividere l’impatto della disabilità in famiglia: “Uno spazio di ascolto e fiducia, dove raccontare tutto”

Quando si crea un clima di fiducia, di accoglienza reciproca e di sospensione del giudizio, ci si permette di dire cose che non si sono mai dette a nessuno”. L’ultimo incontro del gruppo per genitori si è concluso da poco, abbiamo riordinato la sala ma anche le idee, le emozioni, i pensieri. I 15 genitori che per 8 incontri, da novembre a marzo, si sono ritrovati con due operatrici Paideia a condividere la propria esperienza con l’impatto della disabilità in famiglia hanno riempito la stanza con le loro storie di fatica, di sfide, di lacrime e risate, di soddisfazioni e piccole gioie.

C’è stata fin dall’inizio grande partecipazione – spiega Eddy, psicologa e psicoterapeuta che da anni collabora con la Fondazione Paideia per condurre gruppi per genitori di bambini con disabilità – e per molti si trattava della prima esperienza in un gruppo. Siamo partiti dalle presentazioni, in cui abbiamo chiesto che ognuno non si presentasse soltanto come mamma o papà, ma come persona nella sua interezza, perché crediamo che sia importante recuperare anche altri aspetti di identità che a volte rischiano di perdersi. Spesso si rischia di concentrarsi esclusivamente sul proprio ruolo di genitore e questo sembra chiudere le vie d’uscita, noi cerchiamo di aiutare a riaprire.

Si è creato un clima di fiducia e di ascolto, tutti si sono permessi fin dall’inizio di raccontare le loro storie, anche le parti più difficili, come quelle legate alla diagnosi dei propri bambini. Ma abbiamo cercato di andare oltre, provando a capire quali risorse hanno messo in campo per affrontare i momenti difficili. Soprattutto i genitori con bambini più grandi hanno raccontato agli altri la loro esperienza, questo confronto ha permesso di fare dei passi in avanti, di intravedere altri aspetti, altre possibilità. Penso ad esempio a una persona che aveva lasciato il lavoro per dedicare la sua vita al suo bambino e che durante il percorso di gruppo ha partecipato a dei colloqui di lavoro”.

Siamo riusciti a entrare subito in sintonia – racconta Carlotta, una mamma – e dopo il primo incontro ci siamo subito messi d’accordo per organizzare di portare qualcosa da condividere, come aperitivo, per la volta successiva. Ognuno di noi ha fatto il suo percorso, con i suoi tempi: penso a una coppia in cui lui parlava poco e lei sempre, negli ultimi incontri era come se si fossero invertiti i ruoli. Il fatto che ci siano persone con problemi simili ai tuoi ti mette in condizione di non sentirti a disagio o fuori luogo a raccontare le tue emozioni, il tuo vissuto.

Una sera – continua – ci è stato chiesto di tracciare una mappa  delle nostre relazioni e delle amicizie. Tutti sono rimasti sorpresi, era molto difficile inserire le persone che ti sono state vicine nei momenti di difficoltà. Io, ad esempio, ho indicato mamme che ho conosciuto in ospedale, persone che condividevano la stessa condizione e i miei stessi problemi”.

Per qualcuno – racconta Eddyè stato un modo per riconoscere che a fronte di una sensazione di essere soli o poco sostenuti, in realtà c’è una rete attiva o attivabile, si possono riallacciare legami di amicizia che magari si erano allentati per il timore di mostrare le difficoltà del proprio bambino. Molti hanno raccontato di aver ripensato alla mappa nei momenti in cui si sentivano soli, e di aver pensato ‘Non sono solo, ho delle persone che posso contattare e che mi possono aiutare’, prendendo coscienza della rete attorno a sé”.

Finché non condividi tutto questo – spiega ancora Carlottanon ti rendi conto che quello che senti tu lo provano anche altri genitori”. E che puoi trovare una forza inaspettata, amicizie inattese. “Siamo rimasti in contatto, abbiamo fatto un gruppo WhatsApp, stiamo organizzando di vederci. Abbiamo parlato molto dei nostri bimbi ma non siamo mai riusciti a farli incontrare, vogliamo farlo presto”.